La Grande Moschea di Ṣan‘ā’, conosciuta come al-Jāmi‘ al-Kabīr, rappresenta uno dei monumenti più antichi e significativi dell’intero mondo islamico, con una fondazione che risale al 627 d.C., epoca in cui il Profeta Muḥammad era ancora in vita. Situata nel cuore della città vecchia e parte del Patrimonio dell’Umanità UNESCO, la moschea si presenta come un’imponente struttura a pianta rettangolare di circa 78 x 64,70 metri, organizzata attorno a una vasta corte interna. In questo spazio aperto svetta la Qubbah, un edificio a cupola che storicamente fungeva da tesoreria per la conservazione di documenti legali e lasciti. L’interno è suddiviso in quattro ali, o riwāq, ciascuna caratterizzata da navate sostenute da una fitta trama di arcate e colonne che richiamano influenze architettoniche bizantine e sasanidi.
L’elemento di maggior pregio artistico e architettonico è senza dubbio il soffitto ligneo, una superficie monumentale di circa 3.000 metri quadrati composta da oltre 1.200 travi portanti e 5.200 cassettoni decorati. Questa complessa opera è stata realizzata prevalentemente utilizzando il legno di ṭunub (Cordia abyssinica), un’acacia locale estremamente resistente e duratura. La tecnica costruttiva è un raffinato esempio di maestria artigianale: gli elementi sono montati ad incastro libero (a mezzo legno), senza l’ausilio di chiodi o colle, ma tenuti insieme unicamente dal peso dei materiali sovrastanti. Esternamente, la copertura è protetta dal qaḍāḍ, un intonaco tradizionale idrorepellente a base di calce e grasso animale, applicato con una laboriosa tecnica di battitura manuale che rende la superficie lucida e impermeabile.
La moschea riflette una straordinaria stratificazione storica che si manifesta nelle diverse decorazioni dei suoi settori. L’ala nord è la più antica, risalente all’epoca omayyade (circa 700 d.C.), e conserva pitture di stile preislamico e ridipinture storicizzate più semplici e irregolari. Al contrario, l’ala est appare come la più raffinata e moderna, dominata da splendidi intagli in bassorilievo dorati che raffigurano pigne, rosette e tralci su fondi di colore blu. L’ala ovest segue un’eleganza simile ma espressa prevalentemente attraverso la pittura, con motivi minuti e delicati, riservando l’intaglio dorato solo alle formelle di chiusura. Infine, l’intero perimetro e i fianchi delle travi sono nobilitati da iscrizioni coraniche in carattere cufico, che non svolgono solo un ruolo ornamentale, ma rappresentano una fondamentale funzione iconografica, manifestando visivamente la parola divina.
Prima dell’inizio dell’imponente intervento di restauro, la Grande Moschea di Ṣan‘ā’ presentava un soffitto ligneo dalla struttura monumentale ma in uno stato conservativo estremamente critico, segnato da un grave deperimento che ne minacciava la sopravvivenza. Lo stato di fatto generale vedeva un sistema di copertura stratificato ed estremamente pesante, con un carico medio valutato tra i 400 e i 500 kg/mq, composto esternamente da un intonaco in qaḍāḍ che poggiava su strati di terriccio, sassi e materiale vegetale. Al di sotto di questa massa, la struttura a vista consisteva in circa 1.200 travi portanti che sostenevano 5.200 cassettoni disposti a piramide, montati originariamente a incastro libero senza l’ausilio di chiodi o colle. Questa complessità architettonica risultava profondamente compromessa da una stratificazione di interventi di manutenzione sbrigativi eseguiti nei secoli.
Dal punto di vista strutturale, il soffitto versava in condizioni allarmanti: numerose travi presentavano gravi fratture trasversali e longitudinali, spesso causate dall’eccessivo peso della copertura, aggravato dalle infiltrazioni d’acqua meteorica che inzuppavano il terriccio sovrastante. Molte travi apparivano vistosamente imbarcate o erano sostenute da puntelli improvvisati, ganci metallici, catene o travi secondarie grezze inserite in epoche passate come soluzioni d’emergenza. Ampie porzioni del cassettonato risultavano collassate o fatiscenti, con elementi lignei smontati e rimontati in modo incoerente o sostituiti da tamponamenti in gesso e mattoni.
Il degrado biologico rappresentava un’altra minaccia fondamentale. Sebbene il legno di ṭunub avesse resistito bene, le cornici e gli elementi in legno di conifera erano stati devastati da insetti xilofagi e carie bruna, che in alcune zone avevano ridotto il materiale in polvere, portando alla perdita totale della policromia. In particolare, nelle navate vicine al cortile, l’azione erosiva del guano degli uccelli e la nidificazione di insetti avevano creato micro-ambienti acidi e umidi che favorivano la proliferazione di muffe e funghi. Le infiltrazioni d’acqua avevano inoltre causato gore, macchie scure e la migrazione di tannini sulla superficie, alterando profondamente i toni originali delle pitture.
Le superfici dipinte apparivano offuscate da depositi coerenti di polvere e fumi delle lampade a olio, che avevano creato spessi strati di sporco grasso e annerimenti diffusi. La pellicola pittorica, costituita da tempere magre o grasse a seconda dei settori, mostrava diffusi fenomeni di decoesione, sollevamenti in scaglie e polverizzazione, rendendo il colore estremamente fragile e prossimo alla caduta. Anche le preziose dorature dei settori est e ovest risultavano spesso abrase o coperte da efflorescenze saline, mentre il legno a vista aveva subito alterazioni cromatiche dovute all’esposizione secolare alla luce e all’aria.
L’intervento di restauro del soffitto della Grande Moschea di Ṣan‘ā’ non è stato solo un complesso cantiere tecnico, ma un vero e proprio atto di amore verso uno dei monumenti più antichi e preziosi dell’Islam. Iniziata nell’aprile del 2006 grazie alla sinergia tra il Social Fund for Development e l’Istituto Veneto per i Beni Culturali (IVBC), questa sfida monumentale è durata otto anni, affrontando il recupero di oltre 3.000 mq di cassettonato decorato in un contesto reso drammatico dalle crescenti tensioni politiche e belliche dello Yemen.
La prima, invisibile battaglia si è combattuta sul fronte strutturale. Il soffitto era schiacciato da un carico enorme, fino a 500 kg per metro quadrato, dovuto alla stratificazione secolare del qaḍāḍ, l’intonaco idrorepellente tradizionale. Per salvare le antiche travi in legno di ṭunub ormai fratturate senza doverle sostituire, i restauratori hanno operato “chirurgicamente” dall’alto: hanno rimosso il manto esterno e inserito putrelle in acciaio nascoste, capaci di assorbire il peso della nuova copertura e di restituire dignità alle strutture originali. In un processo di estrema pazienza, le travi imbarcate sono state raddrizzate millimetro dopo millimetro attraverso tiranti a barre filettate, mentre i 5.200 cassettoni venivano smontati, mappati come un immenso puzzle e risanati uno ad uno utilizzando essenze locali e antiche tecniche di falegnameria, evitando rigorosamente l’uso di chiodi metallici.
Parallelamente, un minuzioso lavoro è stato dedicato alla rinascita dei colori. Seguendo i principi del minimo intervento e della reversibilità, le superfici sono state liberate dai fumi delle lampade a olio e dalla polvere dei secoli. Attraverso l’uso di tensioattivi e soluzioni chelanti a pH controllato, i restauratori hanno riportato alla luce lo splendore delle tempere originali senza aggredirle. Dove il tempo aveva creato lacune, si è scelto di non cancellare la storia: le ridipinture antiche sono state mantenute per rispettare l’aspetto secolare del monumento, mentre le integrazioni pittoriche sono state eseguite con la tecnica del tratteggio (rigatino), rendendo il restauro onesto e riconoscibile da vicino, ma armonioso per chi osserva dal basso. Un’attenzione quasi sacrale è stata riservata alla calligrafia coranica, la cui integrità spirituale è stata restituita da esperti calligrafi che hanno ricostruito fedelmente i testi mancanti.
L’intervento si è concluso con l’applicazione di vernici protettive stabili, capaci di difendere le policromie dal clima polveroso della città.
Il cuore pulsante di questo progetto non risiede soltanto nel recupero dei millenari incastri lignei o delle vibranti policromie della Grande Moschea, ma nell’eredità umana e professionale che ha saputo generare. Al di là del restauro materiale, l’intervento si è configurato come un’esperienza di “cantiere-scuola”, trasformando il monumento in una vera e propria bottega rinascimentale dove il sapere teorico si è fuso indissolubilmente con la pratica.
Il successo formativo è stato costruito su basi solide: un percorso di 900 ore (400 di teoria e 500 di pratica) che ha visto giovani laureati yemeniti specializzarsi in discipline complesse, dalla chimica del restauro alla tecnologia del legno, fino alle tecniche dell’arte islamica. Questo cammino non ha creato semplici esecutori, ma professionisti maturi a cui, nel tempo, sono state affidate responsabilità crescenti, come la gestione del giornale di cantiere, il coordinamento del magazzino e la direzione di intere squadre operative.
La prova definitiva dell’eccellenza di questo modello è giunta nel 2011. Quando i tumulti della “Primavera araba” hanno costretto il team italiano a lasciare improvvisamente il Paese, il gruppo yemenita non si è arreso. Nonostante la scarsità di risorse primarie come elettricità e carburante, gli operatori locali hanno dato prova di una straordinaria autonomia professionale, proseguendo i lavori con dedizione e competenza, mantenendo viva la salvaguardia del monumento anche nei momenti di maggiore isolamento.
Il progetto ha inoltre lasciato un segno profondo nel tessuto sociale, promuovendo coraggiosamente l’autonomia femminile in un contesto dalle tradizioni radicate, includendo giovani restauratrici in ogni fase dell’intervento. Oggi, la Grande Moschea di Ṣan‘ā’ non è dunque solo un gioiello architettonico restituito al mondo, ma il simbolo di un’identità culturale difesa con successo dai suoi stessi figli. Questa nuova classe di specialisti rappresenta oggi la risorsa più preziosa per il futuro della conservazione in Yemen, una speranza pronta a rifiorire non appena il territorio ritroverà la pace.